Autonomia? No grazie: l’Italia è ancora troppo immatura per potersela permettere

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«Spiegamelo come se avessi solo quattro anni», dice l’avvocato John Miller nel film Philadelphia. La famosa citazione si adatta perfettamente al dibattito sull’autonomia, in cui sembra francamente complicato mettere in fila e portare a conclusioni comprensibili e condivise le diverse implicazioni costituzionali, economiche, sociali e politiche del progetto di riforma. Questo perchè il progetto di cui si discute va a toccare punti sensibili di tante diverse realtà italiane, è inevitabilmente condizionato da scadenze e strumentalità politiche e, soprattutto, perchè mette in fila argomenti in cui tutti hanno nella sostanza una parte di ragione.

Le regioni del Nord – Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna – hanno presentato diverse opzioni che portano ad una più o meno ampia riorganizzazione delle competenze amministrative e, di conseguenza, della ridistribuzione delle risorse. Gli argomenti che danno legittimità a questa impostazione non mancano e sono supportati da dati oggettivi. Le regioni del nord pagano più tasse delle regioni del sud allo Stato centrale e vorrebbero trattenere il surplus. Le regioni del nord hanno servizi più efficienti (sopratuttto nella sanità) e al tempo stesso spendono di meno per garantirli. Ai dati oggettivi, si sommano considerazioni di natura culturale, storica, politica in cui si mescolano pregiudizi, luoghi comuni, ma anche sostanziali verità riguardo l’inefficienza, gli sprechi, il tasso di clientelismo e di corruzione, la cronica e a volte colpevole arretratezza delle regioni del sud.

A questi argomenti, le regioni del sud rispondono con dati oggettivi e considerazioni di segno opposto, ma altrettanto rispettabili. Le inefficienze del sud non sono tutte dello stesso tipo. La realtà presenza al contrario ampie aree di buona amministrazione e isole di efficienza. In proporzione, le regioni del sud ricevono trasferimenti di risorse pro capite in misura inferiore alle regioni del nord. Il livello delle infrastrutture al sud è molto più basso che al nord e la responsabilità non è certo delle regioni del sud ma dello stato centrale. Non è necessario ripercorrere storicamente la questione meridionale per constatare la situazione deficitaria di strade, ferrovie, ponti, scuole, ospedali. Non certo per colpa soltanto delle popolazioni meridionali.

Non solo. Gli investimenti pubblici al sud hanno favorito industrializzazione e attività economiche, ma larga parte delle risorse mobilitate e della spesa pro capite torna al nord in termini di consumi, indotto, prodotti. È vero ad esempio che migliaia di pazienti del sud si fanno curare al nord, ma è anche vero che in queste modo il sistema sanitario settentrionale incassa il conto delle cure, private e pubbliche. È vero che sono state avviate molte imprese al sud, anche con consistenti fondi pubblici, ma è anche vero che valore aggiunto e profitti tornano in larga misura al nord. La situazione generale del sud costringe molti giovani laureati e diplomati a emigrare al nord. Una fuga di cervelli che deprime la società meridionale e rende problematici i percorsi di rinascita e nuovo sviluppo.

Trasferire competenze, garantire maggiori autonomie, ridistribuire risorse, competenze e carichi fiscali può rendere di sicuro più razionale ed efficiente la spesa pubblica e fare più contenti i cittadini/fruitori di servizi. Ma una riforma di questo genere non può essere costruita sul fragile terreno di mali antichi e troppe riforme mancate, dalla confusione/sovrapposizione di competente fra Stato e regioni in molti settori alla mancata riforme delle province, rimaste nel limbo dell’abolizione senza essere abolite. Riforme parziali, impigliate fra atteggiamenti culturali e pregiudizi contrapposti, bloccate o rilanciate a seconda del livello di polemica fra soci di governo, rischiano di produrre medicine sbagliate che uccidono il paziente. In altre parole, espongono un Paese fragile a rischi di nuove lacerazioni di cui non ha certamente bisogno, non essendo ancora guarito da seduzioni secessioniste e feudali.

L’esempio faro resta la Germania federale, sia nella sua struttura costituzionale, sia nell’applicazione pratica dal dopoguerra in poi, fino alle misure adottate per la colossale operazione di risanamento e sviluppo dei Laender orientali dopo la caduta del Muro di Berlino. Anche in Germania ci sono regioni ricche e regioni povere, aree più efficienti e aree più arretrate, disparità e “gabbie” salariali, culturali, sociali. Anche in Germania, i caratteri, le culture, le tradizioni, persino la spiritualità, hanno prodotto diversità, il che non è di per sè un concetto negativo. Ma proprio la Germania ha cercato e costruito criteri di perequazione e sussidiarietà che concorrono a colmare il più possibile le differenze e a mantenere la coesione della Repubblica. Federalismo e autonomia in molti campi sono probabilmente la ricetta migliore per i cittadini che vogliono al tempo stesso sentirsi parte di una nazione e di realtà sovranazionali. Ma federalismo e autonomia devono essere maneggiati con cura. Possono scoppiare fra le mani. “Tenere fuori dalla portata dei minori”, non sta scritto nelle istruzioni dei padri fondatori, ma se dobbiamo spiegarlo come se avessi quattro anni…



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