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Luigi Di Maio
Luigi Di Maio

È evidente, purtroppo, che né Matteo Salvini né Giuseppe Conte né,ça va sans dire, Luigi Di Maio hanno letto (di studiare, salvo Conte che vi è abituato, manco per sogno) la Fenomenologia del potere di Nicolò Machiavelli, nel testo di Ugo Dotti, e, sicuramente, nemmeno la recente Fenomenologia del potere di Heinrich Potitz. Se l’avessero fatto avrebbero visto e, forse, imparato, come i riti istituzionali, quelli previsti dalla legge o dalla Costituzione, e quelli inventati dalla politica e seguiti per decenni (esempio esemplare la democrazia britannica che opera da secoli secondo consuetudini) hanno lo scopo di proteggere il potere e chi lo esercita.

In Italia, per esempio, le trasgressioni di Matteo Salvini gli si ritorceranno contro. Compresa l’ultima trovata («Un colpo di genio» avrà commentato tra sé e sé e con i suoi tanti, troppi intimi) di convocare al tavolo del Viminale, dove ha sede il ministero dell’interno, le parti sociali per un confronto sulla politica economica del governo, che a regola di bazzica compete al ministero dell’economia.

I rappresentanti delle 48 sigle presenti non erano degli ingenui sprovveduti (anche se la sprovvedutezza non mancava a quel tavolo) ma gente che giudicava ogni parola del ministro, vicepresidente del consiglio e si sarebbe ricordata di tutto al momento del redde rationem che, prima o dopo, più prima che dopo, arriverà. In particolare per quel pezzo di sindacato che, a detta dei sondaggisti, ha votato Lega e che ben presto si renderà conto delle magagne politiche insite nella politica, in senso generale, messa in atto di Salvini. Il leader della Lega sembra avere dimenticato di avere fatto fortuna con gli slogan antimmigrati e che tutto il resto era un optional, di fatto delegato ai 5Stelle.

Ma il capolavoro di questi giorni, è di aver restituito peso proprio ai grillini che erano ai piedi di Montevergine, in attesa di completare il percorso del santuario e chiedere la grazia alla Madonna (a dire il vero più amica di Salvini che loro): rientrare in gioco e ricondurlo, almeno parzialmente. Il miracolo, infatti, gliel’ha fatto proprio lui, il Salvini rutilante e sicuro di sé, ridotto a mormorare di fronte a tutti la penosa bugia, smentita da decine di foto pubblicate su centinaia di giornali cartacei o online: «Savoini non lo conosco» o «Savoini non l’ho invitato io», spingendo così Giuseppe Conte a difendere se stesso e a pubblicare la mail con la quale gli uffici di Salvini a palazzo Chigi chiedevano l’invito al pranzo con Putin.

Sembra rinfrancato Luigi Di Maio, fiero che i suoi uomini si accodino alla convocazione di Salvini in parlamento, perché chiarisca le questioni che il dossier Russia-Lega ha aperto e lasciato irrisolte. Con le nubi nere che incombono e che provengono dalla procura della repubblica di Milano, un ufficio non privo di tenacia che ha incassato il rifiuto del Savoini di rispondere alle domande dei suoi pm, ma che certamente sta andando avanti nell’esame dei conti del presidente dell’associazione Lombardia-Russia, dei suoi amici e soci, in cerca di qualcosa che (se tanto mi dà tanto sulle sconsideratezze e sulle imprudenze degli uomini economici della Lega, tradizionalmente disattenti e sciatti nel gestire gli affari si tratti della banca del partito o degli investimenti in Tanzania) non mancheranno di trovare e di rilevare.

Comunque, mentre il grillismo borbotta e non ha ancora deciso se tentare di affondare l’ingombrante (e ancora preponderante) socio-nemico, Di Maio chiude, anzi apre, la nuova storia dell’Alitalia e pesta acqua nel mortaio Ilva. La scelta di Atlantia come quarto partner della cordata di salvataggio della compagnia di bandiera è stata compiuta lunedì 15 luglio.

Quando venti giorni fa Toninelli si scagliò contro Atlantia e il giorno dopo l’economista Di Maio la definì decotta, nessuno di loro pensava che ne avrebbero avuto bisogno allo stringere. O, forse, lo pensò (almeno Di Maio) ma si disse che era una gran furbata attaccarla in modo di piegarla ai suoi voleri.

La verità è che Giovanni Castellucci, a.d. e direttore generale di Atlantia, ha fatto i passi che doveva fare, niente di più e niente di meno, mettendo nei guai il Di Maio medesimo e il suo poco apprezzato collaboratore Toninelli: ha correttamente chiesto di poter condividere il piano industriale della futura Alitalia, guadagnando così almeno i tre/quattro mesi necessari per mettere a punto un vero e credibile piano industriale per un’azienda che è da tempo deceduta (anzi è stata assassinata) e che si trova di fronte a un business che non esiste più (viste le sue dimensioni, le rotte e il parco di aerei).

Il caso vuole che, nel frattempo, matureranno le minacce di Toninelli e Di Maio sulla revoca della concessione ad Autostrade. I bollenti spiriti sono stati raffreddati da un parere legale, vanamente sbandierato, che prospetta tutti i rischi (per lo stato) di una revoca. In ogni caso, se, alla fine, la cordata Alitalia si formerà (del che dubito fortemente) si formerà dopo una marcia indietro su Autostrade che farà ridere mezza Italia, mentre l’altra mezza sarà infuriata.

Lasciando poi che il parlamento abrogasse la norma di salvaguardia legale di Arcelor-Mittal, acquirenti di Ilva, ha dato la stura a una serie di eventi che stanno già spingendo, al di là dei fragili compromessi convenuti nel ministero dello sviluppo economico, gli attuali proprietari-responsabili dell’impianto fuori dallo stesso, lontano dall’Italia finalmente privata di una impresa strategica in Europa e nel mondo, e finalmente instradata sulla via della decrescita e del caos amministrativo ed economico. Cioè del suicidio. Ci voleva infatti un intervento dell’autorità giudiziaria per la chiusura di uno degli altiforni (l’autorità giudiziaria deve perseguire possibili reati e non farsi carico delle esigenze produttive, anche se, se lo facesse, renderebbe meno difficile salvare un’impresa strategica come l’Ilva), uno sciagurato incidente dovuto a imprevidenza e a un fortunale nel quale ha perso la vita un povero gruista e altri incidenti minori, nonché un avviso di garanzia a uno dei capi impresa, per convincere gli osservatori che i giorni di Arcelor-Mittal a Taranto sono contati.

Quanto ai lavoratori di Taranto (Ilva e dintorni) chissenefrega,non è vero, signor Di Maio? Ma la storia è piena di masse inferocite che ribaltano governi e regimi. Perciò, a questo punto, rimane in campo, cresciuto per merito proprio (e di una cultura giuridica di tutto rispetto) Giuseppe Conte, per il quale si favoleggia addirittura di un governo Conte II, composto da grillini e pdiini. A lui, in navigazione tra i pasticci quotidiani dei suoi subordinati spetta la regia delle prossime mosse.

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